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Convegno del 21 gennaio 2005

31/05/2005

La politica al servizio dell’etica alla luce della DSC

Intervento On. Mosella

 
La politica al servizio dell’etica alla luce della DSC
Roma, 21 gennaio 2005
 
Donato Renato Mosella
 
Cosa vuol dire proporre una politica che, per il credente, sia al servizio dell’etica alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa (DSC)?
Certamente non può significare, di fronte a qualsivoglia questione, aprire meccanicamente qualche compendio di DSC e trovare il prontuario del come decidere e come agire.
Si tratta piuttosto di porsi di fronte ad ogni problema con serietà, con impegno, con obbligo di discernimento critico.
Nessun compendio può sostituire o cassare l’obbligo di ciascuno ad elaborare scelte politiche coerenti con la fede, valutando però un insieme di fattori.
Il documento CEI “Etica e finanza” del 2000, ad esempio, individuava tra gli strumenti del bagaglio etico del cristiano impegnato in politica la necessità di rapportare:
§               il moralmente buono con il tecnicamente efficace;
§               il moralmente buono con il giuridicamente lecito;
§                 il moralmente buono con il consensualmente stabilito (non per cercare un facile consenso popolare, ma per assicurarsi di valutare il sentire della collettività);
§               il moralmente buono con lo storicamente possibile (è facile capire quali problemi ponga una soluzione moralmente buona ma storicamente impossibile. Semmai si tratta, in questo caso, di ricercare le vie che consentano nel tempo di superare le avverse condizioni storiche. L’agire etico della politica non può essere solo teorico, deve sforzarsi di trovare sbocchi concreti e possibili).
In altri termini si tratta per i cristiani di uno sforzo costante e sincero all’approfondimento delle situazioni e dei problemi, e alla giusta comprensione dei molti fattori che entrano in ogni questione.
Nel doversi districare in questa complessità, la DSC fornisce luce, guida, ma in ogni caso va interpretata, calata nel contesto.
Per fare un esempio, la DSC è come la bussola in una gara di orientamento. Senza di essa non si va da nessuna parte, è impossibile trovare il giusto tracciato.
Ma la bussola bisogna saperla leggere, e dopo averla letta bisogna rapportarla alla mappa del paesaggio che abbiamo nelle mani, e dopo ancora le indicazioni della bussola riportate sulla mappa vanno verificate con l’osservazione e l’interpretazione di ciò che ci circonda.
Dobbiamo stare attenti alle eccessive semplificazioni.
Si dice (giustamente) che il fondamento dell’etica politica del cristiano è nella nozione (qualcuno dice il teorema) del bene comune.
Ma individuare cosa sia davvero il bene comune in ogni questione non è poi così facile, poiché sono in atto processi nuovi che amplificano moltissimo la complessità dei processi economici e sociali oggetto della politica.
Così avviene per quel processo di globalizzazione che investe quasi ogni aspetto del mondo contemporaneo, del quale talvolta stentiamo anche a renderci conto di quanto sia rilevante, ma dal quale ormai è impossibile prescindere.
Mi viene in mente la questione degli OGM.
Già non è del tutto chiaro quali siano i risvolti scientifici dell’uso potenziale degli OGM. Forse ha ragione il ricco Occidente ad essere sospettoso, e nel sospetto essere prudente e voler impedire la produzione e il commercio degli alimenti così prodotti.                                              
Ma sappiamo anche che gli OGM potrebbero alleviare la fame nel Terzo Mondo. Dal sì o dal no agli OGM discendono poi a cascata altri problemi scientifici, industriali, commerciali, finanziari.
La tragedia dello tsunami dell’Oceano indiano ha portato alla ribalta la questione del debito estero dei Paesi poveri. Sulla spinta emotiva si è fatto qualcosa,  ma la questione in sé ha dimensione planetaria ed è difficile per tutti, anche per il politico, afferrarne tutte le implicazioni.
E più è difficile comprendere un fenomeno nella sua complessità, più sarà difficile ritenerlo davvero preminente nella ricerca del bene comune.
Il debito estero dei Paesi poveri non si risolve con qualche mancia in miliardi di euro.
La sua soluzione chiama in causa un diverso modo di concepire i meccanismi della finanza internazionale.
Ma l’intreccio tra finanza internazionale e politica internazionale fa ritenere che il tentativo di trovare una via etica alla finanza internazionale non si possa davvero risolvere senza dare soluzione al problema della mancanza di democrazia reale che affligge, sia pure in forme e proporzioni differenti, tanto i paesi ricchi quanto i paesi poveri.
Globalizzazione, complessità sociale e nuovi poteri sono i tre termini di un intreccio che sta mutando il volto del mondo, generando forme di vita collettiva segnate da un evidente vuoto etico.
E questo pone problemi anche più gravi al politico che voglia esercitare un agire etico come cristiano impegnato a costruire la città terrena.
Come immaginare un’etica della politica se la nostra società e il mondo intero scivolano verso il vuoto etico o ciò che viene definito relativismo etico?
Come sfuggire alla tentazione della ricerca del compromesso e del facile consenso, mettendo a tacere il richiamo dell’agire etico?
Quali chiavi usare per aprire la porta a qualcosa di nuovo che magari si imponga e conquisti i cuori della politica e della gente?
Quali i limiti ultimi da difendere ad ogni costo e da cui ripartire per fondare una nuova stagione, una nuova primavera, della politica?
In occasione del Giubileo dei lavoratori (1 maggio 2000) Giovanni Paolo II disse: «Mai le nuove realtà, che investono con forza il processo produttivo, quali la globalizzazione della finanza, dell’economia, dei commerci e del lavoro, devono violare la dignità e la centralità della persona umana, né la libertà e la democrazia dei popoli. La solidarietà, la partecipazione e la possibilità di governare questi radicali cambiamenti costituiscono, se non la soluzione, certamente la necessaria garanzia etica perché le persone e i popoli diventino non strumenti, ma protagonisti del loro futuro. Tutto ciò può essere realizzato e, poiché è possibile, diventa doveroso».
Eccoli i limiti invalicabili da difendere e da cui ripartire: la dignità e la centralità della persona umana, la libertà e la democrazia, da garantire attraverso la solidarietà, la partecipazione, la corretta politica.
 
Azioni possibili:
Ø            stimolare la partecipazione attiva dei cittadini alla vita sociale e politica, partecipazione che oggi è declinante;
Ø            difendere l’autonomia della politica dai poteri forti, e in primis dal potere economico, così da restituirle credibilità ed autorevolezza;
Ø            tutelare e promuovere la dignità della persona umana in ogni cittadino, a cominciare dai più poveri, indifesi ed emarginati;
Ø            impegnarsi costantemente per il riconoscimento e la salvaguardia dei diritti fondamentali del cittadino, o meglio (per usare le parole del cardinale Tettamanzi) togliere dalla precarietà e rimettere al centro «quelli che si definiscono diritti fondamentali o, più semplicemente, ciò che rende possibile ad ogni uomo una vita dignitosa e, quindi, ciò che consente a ogni uomo di vivere con pienezza la propria cittadinanza….»;
Ø            promuovere forme di sviluppo economico e sociale che, sanando la crescente divaricazione tra i bisogni della giustizia sociale da un lato e dell’economia di mercato dall’altro, concretizzi ciò che alla settimana sociale di Bologna è stata definita “democrazia economica” (salvaguardia delle basi economiche della democrazia “nella convinzione che senza un livello accettabile di   uguaglianza, le libertà civili e politiche non possono essere garantite…”);
Ø            sostenere a livello internazionale la promozione di forme di governance dell’economia mondiale (porre fine alla globalizzazione selvaggia, seguendo un modello di sviluppo guidato articolato su scala planetaria: per creare nuova ricchezza, per redistribuire meglio quella esistente, per salvaguardare il creato, per assicurare la pace ad ogni latitudine, per far scomparire ogni forma di sfruttamento, per debellare malanni endemici).
Una politica che sfugga al relativismo etico e faccia riferimento a principi dotati di valore assoluto è per il cattolico una politica che fa riferimento, a mio avviso, ai valori del Vangelo e mette al centro la dignità della persona umana.
Credo che anche tanti non cattolici che incontro nella politica, se onesti intellettualmente e disposti a concepire la politica come vocazione e come servizio, si pongono come riferimento la centralità della persona umana.
Certamente, al momento di fare delle scelte per agire nel concreto, per passare dai principi alle azioni, c’è un ventaglio di opzioni possibili, perché ci sono sempre modi differenti e tutti moralmente accettabili di servire il bene comune.
Dunque il problema diventa un altro: quello del discernimento informato e sereno.
Nella politica di tutti i giorni, sui banchi del Parlamento, si pongono tantissime questioni complesse. C’è la grande difficoltà di essere  consapevoli delle implicazioni di ciò che si va a decidere.
Tutto ciò costa uno sforzo grande ma anche irrinunciabile quando si vanno a toccare questioni inerenti quei diritti fondamentali della persona che devono sempre essere alla base del nostro agire politico.
 

 

 

 

 

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